Dopo lo speciale su Federacmalife di giugno 2025, abbiamo approfondito il tema dei droni con due importanti convegni: il primo ad Agrilevante, dove con i professori Simone Pascuzzi e Francesco Paciolla dell’Università di Bari, è stato messo in luce il ruolo crescente delle tecnologie di precisione e dell’agricoltura 4.0; il secondo, a RIVE-Expo di Pordenone, dove con l’intervento del professor Federico Gioelli dell’Università di Torino ci si è focalizzati sull’utilizzo dei droni in agricoltura. La partecipazione è stata numerosa e interessata, e sono emerse informazioni preziose soprattutto sul ruolo della diffusione dei droni e della raccolta dei dati, aspetti che toccano da vicino il lavoro dei dealer e il loro contributo alla filiera.

Sulla base di questi sviluppi abbiamo rivolto alcune domande al professor Gioelli, esperto di agricoltura di precisione

 

Con il rapido avanzamento delle tecnologie digitali e della sensoristica, i droni stanno diventando strumenti sempre più sofisticati per il monitoraggio e la gestione delle colture. Quali ritiene siano oggi gli sviluppi tecnici e applicativi più promettenti nell’uso dei droni in viticoltura e, più in generale, nell’agricoltura di precisione?

I droni stanno diventando strumenti fondamentali per l’agricoltura moderna poiché permettono di osservare le colture dall’alto, con una flessibilità spaziale e temporale e con un livello di precisione che, fino a pochi anni fa, era impensabile. Lo dimostrano i dati di vendita: la sola azienda leader del settore, in poco meno di dieci anni, ha venduto oltre 400.000 unità, 100.000 delle quali nel solo 2024. Un ambito in forte crescita è quello della mappatura dei suoli e della vegetazione, che è utile non solo per la viticoltura, ma per tutte le colture condotte secondo il principio dell’agricoltura di precisione. I droni, infatti, permettono la generazione di modelli 3D e mappe tematiche che aiutano a comprendere la variabilità esistente in campo e a rispondere adeguatamente quando, come e dove necessario. A mio avviso, gli sviluppi più promettenti riguardano innanzitutto il monitoraggio avanzato delle colture, eseguito con sensori che permettano di individuare le malattie ancor prima che diventino visibili all’occhio umano. Questa capacità di diagnosi precoce, sebbene estremamente sfidante, rappresenterebbe un punto di svolta per le pratiche di difesa, perché consentirebbe interventi tempestivi e selettivi, migliorando l’efficienza dei trattamenti e riducendo drasticamente l’uso dei prodotti fitosanitari.

Parallelamente ai progressi nella sensoristica, i droni stanno assumendo una connotazione sempre più vicina a quella delle macchine operatrici, aprendo la strada a una sorta di “agricoltura aerea di precisione”. Stiamo infatti assistendo allo sviluppo di sistemi per l’applicazione mirata di fattori produttivi quali fertilizzanti, biostimolanti, sementi o agenti di biocontrollo, oltre che per il rilascio di insetti utili. Queste tecnologie, già adottate in modo significativo in diversi Paesi e in rapida espansione anche in Europa, permettono di intervenire in modo localizzato e con dosi variabili in funzione dei dati raccolti in precedenza dal drone stesso. In viticoltura, e più in generale nei contesti di agricoltura eroica, questi sviluppi tecnologici sono particolarmente rilevanti: i droni consentono infatti di operare in situazioni in cui la meccanizzazione tradizionale è resa difficoltosa o impossibile dalle condizioni morfologiche dei suoli, come quelle dei vigneti in forte pendenza. Qui possono svolgere sia operazioni di monitoraggio, sia applicazioni di fattori produttivi riducendo i tempi di lavoro, la fatica e il rischio per gli operatori.

In quali Paesi l’impiego dei droni in agricoltura è più avanzato, dal punto di vista normativo, tecnico o pratico, e quali lezioni possiamo trarre da queste esperienze internazionali per l’Italia?

Relativamente all’impiego dei droni in agricoltura è la Cina ad essere storicamente il Paese leader. Da quindici anni a questa parte, in Cina i droni sono impiegati per numerose attività che vanno dalla distribuzione di fitofarmaci e fertilizzanti, all’irrigazione e al monitoraggio delle colture. Nel 2020 erano già operativi oltre 70.000 droni solo per la protezione delle colture con diversi milioni di ettari trattati sul territorio nazionale. Basti pensare che il 95% dei droni venduti in Cina serve proprio a questo scopo. In Europa la situazione è diametralmente opposta: solo il 10% delle unità vendute è dedicato alla distribuzione di prodotti fitosanitari, mentre il restante 90% viene impiegato per telerilevamento. Questa differenza dipende dal fatto che la normativa dell’Unione Europea, allo stato attuale, non consente l’esecuzione dei trattamenti fitosanitari con mezzi aerei, se non in casi particolari e secondo quanto previsto dalle regole dei singoli Stati membri. Un caso a parte è la Svizzera che, non facendo parte dell’Unione Europea, ha aperto all’impiego dei droni per i trattamenti fitosanitari già da diversi anni ed è quindi la Nazione del Vecchio Continente più avanzata in questo senso. L’uso dei droni per applicare fitofarmaci è consentito grazie a uno scenario operativo standard nazionale che definisce requisiti tecnici, limiti operativi e misure di sicurezza specifiche. I droni devono essere omologati tramite test ufficiali su deriva e qualità dell’irrorazione; gli operatori devono essere certificati e disporre di adeguata formazione e polizze assicurative. Le operazioni devono avvenire in condizioni controllate, con altitudini, velocità e buffer zone predefinite così da minimizzare i rischi per la popolazione e per l’ambiente. In questo momento il Paese dell’UE che più si avvicina al caso svizzero è la Germania. Quest’ultima, pur consentendo la distribuzione dei fitofarmaci da drone solo in vigneti e ambienti forestali in forte pendenza (dove viceversa sarebbero impiegati elicotteri), ha già definito regole specifiche simili a quelle della Svizzera. L’iter autorizzativo resta però ancora estremamente lungo e complesso, ma rappresenta probabilmente la direzione verso cui dovrebbe muoversi il resto dei Paesi europei.

In che modo la ricerca può contribuire a migliorare la sicurezza, l’affidabilità e l’efficienza dei droni impiegati in agricoltura?

Ho partecipato recentemente a un incontro con ricercatori di diversi Paesi dell’UE dedicato ai trattamenti fitosanitari con drone. Da questo confronto è emersa con chiarezza la forte necessità, in tutta Europa, di disporre di dati e informazioni solidi non solo sulla reale efficacia biologica dei trattamenti su diverse colture, arboree ed erbacee, ma anche sul potenziale impatto che l’impiego dei droni può avere sull’ambiente, sugli operatori e sugli astanti, in funzione dei parametri operativi adottati (quota di volo, velocità, volumi distribuiti, dimensione delle gocce, ecc.). I dati oggi disponibili sono ancora frammentati e incompleti, anche perché lo sviluppo tecnologico procede a ritmi rapidissimi. Abbiamo dedicato decenni allo studio delle macchine irroratrici tradizionali e dell’efficacia dei trattamenti eseguiti con tali attrezzature; non è quindi realistico pensare di poter rispondere, in tempi brevi, a tutte le domande che riguardano tecnologie relativamente nuove e in continua evoluzione come i droni. A questo, a mio avviso, si aggiunge un ulteriore elemento di complessità: al momento esiste una sorta di scollamento tra gli utilizzatori finali della tecnologia (in questo caso noi ricercatori) e i produttori. Diversamente da quanto avviene con le macchine agricole, dove il dialogo diretto con i costruttori consente di fornire feedback, evidenziare punti di forza e debolezza o contribuire allo sviluppo di nuove soluzioni, nel caso dei droni -che sono costruiti da pochi grandi player internazionali- la tecnologia arriva spesso sul mercato “preconfezionata”, lasciando poco margine di adattamento alle esigenze della ricerca e limita le possibilità di scambio di informazioni tecniche con chi la produce.

C’è poi un aspetto legato all’opportunità che il momento attuale ci offre. A livello internazionale, infatti, ci troviamo tutti nella stessa fase: abbiamo da poco iniziato a raccogliere dati. Per questo motivo il mondo della ricerca dovrà compiere uno sforzo per armonizzare la loro modalità di raccolta e analisi, così da rendere i risultati realmente confrontabili. Questo accelererebbe in modo significativo il processo di comprensione delle prestazioni e dei limiti di questi nuovi sistemi per il trattamento delle colture. Insomma, sarò di parte, ma ritengo che il ruolo della ricerca sia oggi fondamentale.

Recentemente il Senatore Luca De Carlo ha proposto un emendamento al disegno di legge “Semplificazioni” per avviare una sperimentazione triennale sull’uso dei droni in agricoltura, anche per le irrorazioni aeree. Secondo lei, quanto è importante una collaborazione stretta e fluida tra mondo della ricerca e politica per tradurre la normativa in strumenti concreti e operativi, evitando che la sperimentazione resti bloccata dalla burocrazia, e quale potrebbe essere il modo migliore per garantire che questa interazione sia  davvero efficace?

Una collaborazione stretta e continua tra mondo della ricerca e politica è assolutamente fondamentale in questa fase. L’Italia, proprio a seguito del disegno di legge che ha citato, sta valutando una sperimentazione triennale per l’impiego dei droni in agricoltura. Mancano ancora, tuttavia, i decreti attuativi. Pertanto, se non si costruisce da subito un canale di confronto tecnico, il rischio è che la normativa resti sulla carta o che la sperimentazione venga rallentata dalla burocrazia. Oggi in Europa la situazione è molto eterogenea: ogni Paese procede con deroghe seguendo procedure differenti, spesso lente e complesse, e tutti concordano sulla necessità di armonizzare i criteri, semplificare le procedure e rendere più flessibili i percorsi autorizzativi per poter produrre dati sperimentali comparabili. Per questo è importante che la politica possa contare sul supporto del mondo scientifico. Noi ricercatori siamo già in contatto con le istituzioni proprio per mettere a disposizione competenze tecniche e risultati sperimentali che possano contribuire alla definizione di parametri operativi chiari, protocolli di prova affidabili e percorsi autorizzativi realistici. Una sperimentazione efficace richiede infatti regole comprensibili, tempistiche certe e procedure standardizzate che non ostacolino, ma accompagnino l’innovazione.

Secondo il mio parere, un modo per garantire un’interazione davvero efficace è istituire un tavolo tecnico permanente che riunisca Ministeri, ricercatori, enti di certificazione e rappresentanti del settore agricolo che consenta di correggere rapidamente eventuali criticità, recepire le migliori esperienze europee e trasformare la normativa in strumenti realmente operativi. In questo modo la sperimentazione può procedere con basi solide, garantendo al settore agricolo tecnologie non solo sostenibili, ma anche efficaci e competitive.